Misantropia.it

Siamo solo di passaggio e mai nessuno che pulisce

VentInVersi – (inedito) volere è volere. Il potere è un’altra cosa.

I

Le parole rimbalzano
Sulla fronte degli interlocutori
Senza riuscire più a penetrarne senso alcuno.

Ora ci siamo arrivati,
fieri dei gesti degli avi ignorati
buffi rappresentanti di nessuna vera identità.

A noi resta l’attesa
Di quel minimo dolce anelito
Capace di far vibrare le corde dell’anima.

Centosedicesimo

Tra le ricorrenze è quella peggiore, ma tocca.
Avrei avuto tante cose grandiose da scrivere qui, in sequenza di eventi più o meno memorabili, comunque sempre di vita e sempre – per Dio! – vissuta.
Allora lascio che i colori si affievoliscano e che ogni entusiasmo collassi, flebile nella sua stessa piccola implosione.
Sono sequenze di giorni, un quattro di un mese caldo, un cinque di un mese freddo e tutta l’impossibilità di muovere l’indifferenza.

Dicono i buddhisti di lasciarsi andare alle proprie pulsioni, perchè ragionevoli espressioni del nostro essere. In questo caso seguo il loro consiglio.

Centoquindicesimo

Devo scriverla a caldo, altrimenti mi sfuggono dei concetti.

Ieri sera c’è stata la finale di un concorso musicale. Non dico locale perchè troppe rime fanno errore, ma questa è un’altra storia.

Mi sono divertito come non mai su di un palco.

Posso dirlo: i Senzanorma trasudano energia e grazie ancora ai fedelissimi più molesti che mai.

Il responso: secondi.

Qui comincia l’articolo.

I Lift off sono molto bravi. Bassista cantante ben inquadrato, chitarrista sciolto, tastierista navigato e batterista dritto come un filo a piombo.
Hanno proposto canzoni meravigliose, dai Pink Floyd, ai Beatles, passando per i Led Zeppelin’ e via dicendo.

Centoquattordicesimo

Cara, carissima Santa Lucia e caro Babbo Natale, scrivo questa lettera ad entrambi poiché con la crisi che c’è, due francobolli, due foglie e due buste costavano troppo, così scrivo tutto in un’unica lettera che intanto voi siete magici e lo venite a sapere lo stesso. Un po’ come certe agenzie.L’altro motivo per cui ne mando una per due, che ancora non vi ho detto, è perché quest’anno vi chiedo sforzi notevoli.

Dunque, fatte queste premesse, quest’anno vorrei:

Centotredicesimo

Non è per niente facile. “The time is running out” cantava qualcuno, e mai come in questo caso la frase mi è sembrata più veritiera.

Oggi è un giorno particolarmente triste: Pablo è partito. Sei mesi scivolati via al ritmo di feste all’aperto, studio, danze improbabili e sempre-e-comunque uno spirito, quello Andalù, come si definiva lui, di un’energia positiva disarmante.

Dopo un’ora scarsa di sonno e carichi dei festeggiamenti personalmente battezzati come “il-lungo-addio”, abbiamo accompagnato lui e Virginia all’aeroporto, e non ce l’ho fatta ad abbracciarlo prima che andasse.

<< Vattene >> l’unica cosa che ho saputo dirgli, regalandogli il “The Sun” per le tette dell’immancabile bella gnocca a pagina tre e la Gazzetta dello sport del giorno, a lui che di calcio ne è intossicato come pochi.

Se ne va da Galafhouse chi ha saputo lasciarmi un’eredità immensa.

Dovrei fare un passo indietro, al freddo. Spesso molte storie cominciano col freddo e finiscono – le migliori, quelle più felici – lasciando un velo di malinconia accompagnato da un clima migliore rispetto a quando tutto era cominciato.

<< Abbiamo il coinquilino nuovo. E’ spagnolo >> il laconico commento di Francesco al mio rientro a casa, il giorno prima che Pablo ci si trasferisse.

Centododicesimo

Considerazione calcistica

Se il Real Madrid compra Kakà e Cristiano Ronaldo, mentre la Juventus forse riesce nel colpaccio D’Agostino, qualcosa di strano, in Italia, deve essere successo.

Meno male che per rincuorarmi sono tornati a fare la pubblicità della Bilboa.
Che estate sarebbe senza le tette abbronzate della Bilboa?

Centoundicesimo

Forse lo avevo già scritto da qualche parte, ma non me lo ricordo. Il mio primo approccio alla musica rock è stato con un album di Madonna, “Like a Prayer”, mi ricordo ancora quando mio padre mi portò a casa la cassetta registrata.
Se non ricordo male era uno di quei nastri fatti di plastica nera, con l’adesivo appiccicato di sfumature che andavano dall’azzurro al violaceo e tre righe su cui poterci scrivere il titolo sopra.
Mi piaceva un sacco quella canzone. Le altre dell’album, non me le ricordo.
La seconda fu “Innuendo” dei Queen, e quella fu mia madre a prendermela, in una fiera di paese poco lontano da casa. Restò per diverso tempo la colonna sonora di quando mi portava a scuola la mattina, sulla due cavalli che aveva il motore che rombava in falsetto.
Ma l’impatto shock arrivò qualche anno dopo; ne avevo nove di anni – e chi se lo scorda più – la cassetta incriminata, questa volta, era di plastica gialla con la fascia centrale – sopra e sotto i fori per far girare le bobine – trasparente, da cui si poteva vedere il nastro. Fu mio fratello a portarla a casa ed era Il Rock’n Roll con tutte le “erre” che mastico maiuscole. Back in Black degli AC/DC. Non c’era una canzone che non mi piacesse.

Centodecimo

Tende diafane e taciti usignoli.

E’ nel respiro: :a prima cosa che devo aver fatto una volta uscito al mondo. Una certezza vibrata dalle voci divenute familiari, dalle presenze scontate e sicure e dalle certezze accumulate con l’attraversamento di tutti gli scalini della vita, fino a quando qualcosa è venuto a mancare, ed il proseguimento s’è reso distrattamente più faticoso.
E’ il respiro a stabilire la distribuzione di ogni singola particella di energia: il respiro del tuffatore prima del voto olimpico, il respiro del musicista prima di uscire da dietro le quinte, il respiro di ogni persona quando deve ricorrere a qualcosa di sé tenuto da parte, custodito per il momento giusto.
Ora il mio respiro si scandisce a ritmi blandi, tutto il mio metabolismo è blando: questa è la mia parata per te.
Incredibile la consapevolezza dei giorni precedenti, e come il nuotatore preparavo col respiro l’anniversario del distacco: sarà tranquillo.

Centonovesimo

Estemporanea in uscita con risvolti a stimolo cerebrale.

Ultimamente non è così tanto il tempo che dedico alla rete. Ho come una sorta di dormienza delle idee. Anche quando mi trovo in situazioni bizzarre e strane, nessun meccanismo mnemonico ad agghindarlo con aggettivi decenti. Il nulla. Encefalogramma piatto come il tavolo da biliardo.
Così anche lo stimolo di buttarmi sulla rete di limita a gùgol niùs o alle random photo di sexyandfunny. Di aggiornare il blog nemmeno a parlarne, l’unica cosa che potrei scrivere sarebbero una serie di lamentele esistenziali e dubbi , ma quando le quattordici personalità prendono a dibattere è dura star loro dietro, soprattutto quando ci si ritrova in quello stato di apatia mentale che ti dà noia anche solo leggere le date di scadenza sui prodotti: hey, ragazzi! è normale che il formaggio mi implori di liberarlo?

Vado al lavoro, apro i lucchetti e serrature che blindano frigo e magazzini del bar, pulisco il bancone spruzzando sgrassante e brillantante a mo’ di Terminator (in versione FAO, s’intende): uno nella mancina e l’altro nella destra; sistemo le varie teche e confezioni di roba sul bancone, dopodiché apro il mio zaino per sistemare piccì portatile, mouse, alimentatore e libro del momento.
Accendo il notebook e vado sul terrazzino a forma d’occhio per fumare la meritata sigaretta.

Centoottesimo

Per quanto riguarda il concerto del primo maggio posso dire di aver visto – e, ahimè vissuto – solo il peggio.
Roberto ed Emmepì hanno avuto coraggio e costanza per assistere allo spettacolo per intero, mentre io me ne stavo solo nella mia solitaria solitudine ad ammirare la desolazione del cinema nelle prime giornate soleggiate. E’ come fare una passeggiata per Milano a ferragosto, le uniche persone che puoi incontrare sono addetti alla manutenzione strada oppure i ritardatari cui dopo una fuggevole occhiata li vedi sparire a bordo delle loro auto piene all’inverosimile e sfrecciare verso una località di villeggiatura a caso.
Quel giorno al cinema c’eravamo solo noi operatori.
Una giornata passata sottotono con la consapevolezza di dover fare ricorso a molte energie in vista del concerto.
<< Guarda che starà sul palco non più di quaranta minuti… >> mi dice Simone, scettico.
<< se vado di fretta non dovrei metterci molto. Tanto sono tutti a San Giovanni >>

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